Di origini romane, il Ponte attraversa l’Arno nel suo punto più stretto, laddove in tempi remoti esisteva un comodo guado. Si pensa che, fin dai primi tempi, non fosse che una passerella di legno, “Ponte sublicio”, costruito verso la metà del primo secolo a.c., dopo la fondazione di Florentia.

Il 4 novembre 1177, è il primo evento naturale trascritto.

La piena del fiume portò via il ponte ancora di legno. Fu ricostruito con cinque arcate in pietra ma parti sopra ancora in legno. Era largo appena la metà dell’attuale, misurando solo 16 braccia (0,583 metri). La carreggiata era ancora più limitata poiché il comune aveva costruito 43 botteghe, date in affitto per recuperare le spese sostenute. Nel corso del ‘200, l’incremento demografico e la crescita delle attività richiesero maggiori collegamenti tra le due rive del fiume.

Il primo ponte era stato chiamato Ponte Vecchio poi dal 1220, il Ponte Nuovo detto poi Ponte alla Carraia, il terzo Ponte, oggi noto con il nome di Ponte alle Grazie. Nel 1252 fu costruito un quarto ponte, quello di Santa Trinita, in pietra forte.

Durante il XIII secolo, furono costruite sul Ponte Vecchio numerose botteghe ancora in legno, come quelle poste sul Ponte alle Grazie; botteghe di beccai (macellai), di borsai, di pescivendoli, di ortofrutticoli offrivano le loro merci in quello che divenne un vero e proprio mercato specializzato. Tutti questi ponti furono in modo più o meno gravemente danneggiati dalle alluvioni che periodicamente investivano Firenze.

Il Ponte Vecchio, nonostante fosse collocato nel punto più stretto, dove l’acqua aumentava in violenza e pressione, resistette alle ingenti piene del primo ottobre 1269, del 15 dicembre 1282 e del 5 dicembre 1288. I poveri bottegai dovettero provvedere da soli alla ricostruzione delle loro attività: questo fu quanto il Comune deliberò. Le vittime furono, tuttavia, agevolate: per otto anni fu concesso loro di continuare l’attività senza pagamento dell’affitto. Ma la natura si fece beffa di loro due incendi e soprattutto il 4 novembre 1333 una nuova alluvione che provocò il crollo di tutti i ponti cittadini.

Secondo storici sarebbe stato Taddeo Gaddi, allievo di Giotto, a progettare la ricostruzione, lui risolse il problema di ridurre l’ingombro della struttura al deflusso delle acque durante le piene, tanto da assicurare alla costruzione una vita di cui ancora oggi godiamo.

Per la prima volta si impiegò archi ribassati per permettere aumento della distanza tra le pile senza incurvare il piano stradale, tanto da consentire di portare gli archi da cinque a tre, poggiati su due sole pile snelle e ben sagomate.

La parte superiore del Ponte era divisa in quattro corpi ai lati della carreggiata interrompendosi a metà determinando una piazzetta. I due blocchi dal lato di via Por Santa Maria presentavano dodici botteghe per lato, mentre dal lato dell’Oltrarno erano undici per lato, poiché da una parte c’era la torre dei Mannelli e dall’altra parte la Magione del Santo Sepolcro.

Le botteghe dovevano essere 46, ma gli storici parlano solo di 43, forse perché tre di questi ambienti erano stati utilizzati per scopi diversi.

Anche il Ponte Vecchio a Firenze, come tutti ponti di quel tempo, avrebbe avuto una piccola cappella, probabilmente essa poteva corrispondere alla cappella dell’Oratorio del Santo Sepolcro, avente cancello in ferro battuto ed piccolo altare interno (nell’ultimo spazio sulla destra ovvero attuale 52r).

Per quanto riguarda le dimensioni, la struttura aveva una lunghezza totale di 93,90 metri, una larghezza di 18,50 ed aveva campate con una luce massima di 28 metri.

Le botteghe erano profonde otto braccia, la strada era larga sedici e quindi la piazzetta si sviluppava per trentadue braccia, sia in larghezza che in profondità. Le botteghe davano al comune una significativa rendita, circa 80 fiorini d’oro l’anno, e furono affittate ai macellai o macellari (i Beccai) non si allargassero con i loro sanguinolenti e maleodoranti barroccini direzione delle abitazioni patrizie del centro.

Nel 1495 il comune decise di vendere tutte le botteghe ai privati: le botteghe a questa data risultavano 4, cosi i nuovi proprietari, iniziarono a sopraelevare, dividere i volumi, avanzare sulle pile, ciascuno secondo necessità e possibilità senza tener conto di simmetrie, equilibrio ed unitarietà del disegno.

Ponte Vecchio venne maltrattato e sensibilmente alterato per guadagnare ulteriore spazio, fecero aggettare i loro negozi verso l’esterno, attraverso mensole e puntelli di legno.

Dopo le alluvioni del 1547 e del 1557 i proprietari dovettero a proprie spese a ricostruire le botteghe del Ponte Vecchio, aggravando ed alterando ancora una volta le simmetrie.

Nel 1565 intervenne il Comune che affidò a Giorgio Vasari, di riprogettarne l’architettura; nasce il corridoio vasariano che trasforma radicalmente l’immagine del Ponte, determinando due diverse altezze dei blocchi. La piazzetta centrale da un lato rimase aperta come in origine, dal lato a monte fu chiusa con un portico a tre arcate necessario per reggere il passaggio aereo della costruzione vasariana.

Da un censimento che Cosimo I fece eseguire sulla metà del secolo XVI, risultò che in quel tempo sul Ponte Vecchio avevano la propria attività: 3 beccai, 3 pizzicagnoli, 5 calzolai, 2 legnaioli, 2 biadaioli, 1 bicchieraio, 1 merciaio, 1 rivendugnolo e una decina di venditori di generi diversi. Viene menzionata persino un’osteria contraddistinta dall’effige di un drago.

Fu solo grazie ad un cultore dell’arte, quale fu il Gran Duca Ferdinando I, che si pose fine a quello scempio dei venditori del Ponte Vecchio.

Nel passare da quel corridoio, gettando uno sguardo sul Ponte aveva notato la mancanza di decoro di gran parte delle botteghe, l’olezzo che imperversava nell’aria, il caos e la volgarità di certi bottega.

Le oreficerie e le gioiellerie del Ponte Vecchio

Il Granduca emana, così il 25 settembre del 1593, un bando che ordinava lo sgombro ad ogni indecoroso affittuario e nel contempo disponeva che i locali liberati fossero assegnati esclusivamente ad oreficerie, gioiellieri ed argentieri. Fine ultimo: fare del Ponte Vecchio “luogo assai frequentato da gentiluomini e da forestieri”.

Arrivarono cosi i 41 orefici e gli 8 gioiellieri e questa concentrazione di attività di beni di lusso e gioielli da collezione, destinata a perpetuarsi nel tempo, conferì al Ponte Vecchio una forza attrattiva unica dalla quale i ricchi d’Europa non restarono certo immuni.

L’arrivo costante di una clientela selezionata ed internazionale contribuì all’immagine del Ponte, indicandolo come cuore nevralgico di una Firenze ricca e prestigiosa che ambiva a possedere gioielli, anelli, bracciali, orecchini e collane creati sul Ponte Vecchio.

In quel tempo le oreficerie del Ponte Vecchio, per sfruttare al meglio lo spazio a disposizione, per esporre i loro manufatti e nel contempo per incrementare la sicurezza delle botteghe, inventarono le famose “madielle”, chiusure ribaltabili in legno e ferro che ancor oggi possiamo ammirare.

Nel 1600 e nel secolo successivo le varie botteghe non erano luoghi riservati esclusivamente alla vendita, ma erano laboratori di produzione di oreficerie e gioielleria. Questi ambienti erano disposti per lo più su due piani e si aprivano sul Ponte tramite una stretta porta d’ingresso fornita, su ambedue i lati, di banchi in pietra sovrapposti ad un muretto di sostegno.

Il ‘700, in merito al Ponte Vecchio, è avaro di notizie e di immagini, però sappiamo che si fecero ulteriori sopraelevazioni delle botteghe non interessate dal corridoio, quasi a cercare un allineamento in altezza con quest’ultimo. Sempre nel ‘700 architetti e urbanisti formulano progetti volti a dare nuovo assetto all’intera struttura, nel tentativo di rispondere a quella necessità di ordine e simmetria in contrasto con la realtà di un ponte con costruzioni accatastate casualmente ed in maniera disorganica.

I viaggiatori ed i turisti, in special modo quelli anglosassoni, iniziavano però a considerarlo straordinariamente “pittoresco”.

Nel 1841 il Comune per dare maggior decoro ed anche sostituire le tettoie di legno ormai degradate, messe a copertura delle madielle, aveva incaricato l’ingegner Casini che progettò di togliere le tettoie e costruire una terrazza continua con una ringhiera. Anche l’architetto Giuseppe Martelli fece due proposte bocciate, fra cui la chiusura della strada con una struttura in ferro e vetro come le gallerie commerciali parigine. L’orafo Luigi Ricci (bottega oggi al 16rosso) si adeguò al progetto di una bottega tipo.

I risultati purtroppo non furono positivi per decoro del Ponte, perché non portarono ne ordine ne simmetria anzi aumentarono le varietà dei prospetti e la continuità delle vetrine con le madielle.

Il 3 novembre 1844 avvenne una spaventosa inondazione del fiume Arno che improvvisamente trapassando gli argini e le sponde allagò le strade, le piazze e le case di gran parte della città.

Nel 1901 associazione degli orafi appena costituita chiese al Comune di collocare una fontana recante il busto di Benvenuto Cellini, principe degli orafi, per celebrare il IV centenario e di apporre l’iscrizione sulla cancellata dettata da Isidoro Del Lungo, per consacrare “le tradizioni gloriose del genio fiorentino e del pacifico lavoro”.

Nel 1938, in occasione della visita di Hitler in Italia ed in particolare a Firenze, si racconta che Mussolini fece abbattere una parte del muro originale del corridoio vasariano per crearvi grandi finestrature da cui il Fürer, potesse godere del panorama fiorentino.

Nell’estate del 1944, quando i tedeschi decisero di far saltare tutti i ponti della città per arrestare l’avanzata nemica, l’unico a scampare alla follia tedesca fu proprio il Ponte Vecchio in virtù della sua antichità e notorietà e all’intervento Gerhard Wolf (vedi targa collocata nel 2007 nella piazzetta sotto le logge), ma il suo accesso fu comunque bloccato per la distruzione degli edifici circostanti.

Nel 1955 a fine guerra si intraprese una campagna di consolidamento che prevedeva l’incatenamento delle pile, il riempimento delle erosioni della platea con ghiaia e getti di cemento e la protezione della platea stessa con un diaframma da realizzare a valle. Nonostante l’urgenza dell’intervento, i lavori furono improvvisamente interrotti.

Nel 1958 dopo aver chiuso il Ponte al traffico veicolare, fu fatto un programma di indagini più approfondite tese a meglio verificare la stratigrafia del sottosuolo, la conformazione della platea e le condizioni delle fondazioni delle pile e delle spalle.

Nel 1959 vennero effettuati i primi controlli sulle condizioni statiche del Corridoio Vasariano a cura della Sovrintendenza ai monumenti, che subito evidenziarono una preoccupante situazione statica, con una deformazione della struttura e uno strapiombo dei muri sufficiente a determinarne il crollo. Su tale situazione si intervenne subito mettendo in opera una serie di tiranti ben visibili e programmando un complessivo intervento di restauro. Come era successo in passato, la natura si fece beffa degli uomini: Firenze fu duramente colpita dalla nota alluvione del 4 novembre del 1966. In quella notte solo qualcuno fu avvertito e poté almeno tentare di mettere al sicuro i propri beni.

Il Ponte Vecchio resse all’impatto e tese una generosa mano ai suoi cittadini permettendo loro di mettere al sicuro tutte le opere d’arte ed offrendo ancora una volta un solido passaggio. Ingenti furono i danni a tutto il patrimonio artistico fiorentino.

Subito dopo l’alluvione si tornò ad intervenire sulla struttura del Ponte Vecchio. Fu eseguito un secondo intervento di consolidamento ma tra il giugno 1977 e il novembre 1980, si intervenne con il ribassamento di un metro del piano della platea. Il Ponte tornò così a nuova vita.

Oggi il Ponte Vecchio, dunque, dopo aver affrontato incendi, alluvioni, guerre e quanto la follia e l’incuria umana hanno prodotto in sette secoli di storia, si erge, ancora oggi, glorioso e immortale, sicuro della sua titanica vittoria contro il tempo. L’immagine pittoresca e le argenterie sul Ponte Vecchio continuano ad attrarre persone e turisti provenienti da ogni dove, da ogni parte del mondo: un afflusso eterogeneo di visitatori attratti dai gioielli di Ponte Vecchio, dallo splendore dei prodotti esposti, dal luccichio dei metalli nobili come argento ed oro e dalle pietre preziose e ovvero dalla particolarità di una vetrina “unica al mondo”.